blinkbday/re – quello che resta addosso appunti sull'immedesimazione
Perché, a quel punto, era chiaro che la direzione non era costruire di più. Era iniziare a togliere. E vedere cosa restava.
Dopo blinkbday mi era rimasta addosso una sensazione piuttosto precisa: da una parte sapevo che qualcosa aveva funzionato. Non tutto, naturalmente, e non sempre nel modo in cui l’avevo immaginato, ma abbastanza da rendere difficile archiviare quell’esperienza come un semplice esperimento riuscito a metà.
La componente emotiva era nata davvero al tavolo. Non perché fosse stata imposta dal testo, né perché le regole l’avessero prodotta in modo automatico, ma perché tra i giocatori si era aperto uno spazio in cui la storia aveva iniziato a pesare. E questo contava molto.
D’altra parte era altrettanto evidente che il mezzo con cui avevo provato ad arrivarci era troppo ingombrante. C’erano regole che sembravano importanti solo finché restavano sulla carta, parametri che aggiungevano controllo senza aumentare davvero l’intensità dell’esperienza, passaggi che finivano per chiedere attenzione proprio quando avrebbero dovuto lasciarla scivolare dentro la storia e altri completamente ignorati durante il gioco.
Il primo istinto sarebbe stato correggere: sistemare ciò che non funzionava, alleggerire un po’, rendere il tutto più elegante. Ma più ci pensavo, più mi sembrava che il problema non fosse solo quello.
non solo alleggerire
Togliere è un gesto doloroso e ambiguo: può liberare spazio, ma può anche lasciare soltanto un vuoto. Può rendere un’esperienza più leggera, oppure privarla degli appigli necessari per essere attraversata davvero.
Era chiaro che in blinkbday il sistema pesava troppo. Ciononostante non volevo arrivare ad una esperienza in cui tutto venisse affidato soltanto alla sensibilità del tavolo, come se bastasse chiedere alle persone di emozionarsi perché qualcosa accadesse.
Quello che mi interessava era capire se fosse possibile costruire strumenti meno invasivi, meno espliciti, ma comunque presenti. Qualcosa che non dicesse al giocatore cosa provare, ma che restasse lì, dentro l’esperienza, come una traccia capace di modificarne il peso.
blinkbday/re nasce da questo punto: non come revisione di blinkbday, anche se il nome può farlo pensare, ma come ritorno sullo stesso problema da una direzione diversa.
tracce
Ho iniziato a ragionare molto di più su ciò che resta. Non tanto su ciò che il sistema decide, misura o risolve, ma su ciò che lascia addosso ai giocatori e alla storia che si sta formando. Mi interessava meno costruire una struttura capace di gestire tutto, e più capire se alcuni elementi potessero diventare una presenza: piccola, magari fragile, ma concreta.
Da qui nascono immagini come le bende, la lama, le domande, le gabbie. Ciascuna di queste, almeno nelle intenzioni, è uno spazio negativo: non chiarisce, non ordina, non trasforma ogni cosa in informazione.
Una benda copre, ma proprio per questo indica che qualcosa, lì sotto, esiste. Una lama può essere arma, ma anche presagio, segno, minaccia trattenuta. Una domanda può restare sospesa senza pretendere una risposta immediata. Una gabbia può contenere una scena senza doverla spiegare del tutto.
dentro l’esperienza
Avevo l’obbiettivo di evitare che il sistema si mettesse continuamente davanti al gioco.
Non volevo strumenti che dicessero: “adesso sta accadendo questo, quindi dobbiamo sentirci così”. Non volevo neppure procedure così neutre da scomparire del tutto, lasciando ai giocatori il compito di inventarsi da soli il peso emotivo di ciò che stavano facendo.
Cercavo qualcosa di più difficile da nominare, degli elementi che potessero stare dentro l’esperienza senza dominarla, che fossero visibili, ma non invadenti. Abbastanza concreti da poter essere usati, abbastanza aperti da non chiudere subito il significato.
blinkbday/re, più che una risposta, è stato un tentativo di spostare il problema.
Non più: “come faccio a produrre coinvolgimento emotivo?”
Piuttosto: “cosa posso lasciare sul tavolo perché il coinvolgimento, quando nasce, trovi un modo per restare?”
quello che cambia
Rispetto a blinkbday, il movimento mi sembra abbastanza chiaro. Lì avevo ancora l’idea di costruire una storia capace di sostenere l’emozione. Qui, invece, l’attenzione si è spostata su ciò che l’esperienza deposita man mano che accade.
Ripensandoci adesso, credo di poter affermare che non è stato un cambiamento piccolo.
Perché significa accettare che il centro non sia sempre nella struttura generale, nella trama, nel percorso previsto. A volte il centro è in un segno rimasto lì, in una domanda che nessuno ha ancora sciolto, in qualcosa che non viene compreso subito ma continua a influenzare il modo in cui si guarda il resto.
Questa cosa mi interessa molto. Assomiglia di più al modo in cui certe esperienze restano davvero in memoria: non come sequenza ordinata di eventi, ma come frammenti che continuano a esercitare una pressione anche dopo.
quello che ho capito
Se blinkbday mi aveva mostrato che un certo tipo di coinvolgimento poteva nascere davvero, blinkbday/re mi ha aiutato a rendere più precisa la domanda successiva: “come si sostiene qualcosa di fragile senza irrigidirlo?”
Non credo di avere una risposta definitiva. Forse non sarebbe neppure utile averla troppo presto. Però mi sembra di aver capito che la strada non passa soltanto dalla sottrazione.
Togliere è necessario, ma non basta. Bisogna decidere cosa resta.
E ciò che resta, se deve davvero servire a qualcosa, non può limitarsi a funzionare. Deve avere peso. Deve poter modificare il modo in cui si attraversa la storia, anche senza spiegarsi completamente.
Questo, per me, è il punto in cui blinkbday/re diventa importante: non perché risolve il mio obbiettivo, ma lo rende meno generico.
verso altro
A quel punto ho voluto spingere ancora di più nel gesto del rimuovere: togliere ciò che spiega, lasciare che alcuni elementi restino opachi, accettare che il significato non arrivi sempre nello stesso momento per tutti.
La domanda, allora, non era più soltanto cosa potesse restare, ma cosa sarebbe successo portando quel gesto ancora più avanti. Sarei riuscito a far emergere l’essenziale?
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