blinkbday/re – quello che resta addosso appunti sull'immedesimazione

Perché, a quel punto, era chiaro che la direzione non era costruire di più. Era iniziare a togliere. E vedere cosa restava.

Dopo blinkbday mi era rimasta addosso una sensazione piuttosto precisa: da una parte sapevo che qualcosa aveva funzionato. Non tutto, naturalmente, e non sempre nel modo in cui l’avevo immaginato, ma abbastanza da rendere difficile archiviare quell’esperienza come un semplice esperimento riuscito a metà.

La componente emotiva era nata davvero al tavolo. Non perché fosse stata imposta dal testo, né perché le regole l’avessero prodotta in modo automatico, ma perché tra i giocatori si era aperto uno spazio in cui la storia aveva iniziato a pesare. E questo contava molto.

D’altra parte era altrettanto evidente che il mezzo con cui avevo provato ad arrivarci era troppo ingombrante. C’erano regole che sembravano importanti solo finché restavano sulla carta, parametri che aggiungevano controllo senza aumentare davvero l’intensità dell’esperienza, passaggi che finivano per chiedere attenzione proprio quando avrebbero dovuto lasciarla scivolare dentro la storia e altri completamente ignorati durante il gioco.

Il primo istinto sarebbe stato correggere: sistemare ciò che non funzionava, alleggerire un po’, rendere il tutto più elegante. Ma più ci pensavo, più mi sembrava che il problema non fosse solo quello.