starchildrenArriva l’autunno e con esso il tempo di riordinare la scrivania. Tra i tanti progetti completati, i tantissimi in corso e le idee ancora abbozzate, ho ritrovato il racconto che avevo presentato in occasione dell’evento il Circolo degli Incanti. Indeciso su come e dove archiviarlo, ho chiesto l’opinione dei miei amici nella vita reale e in quella “social”; l’autunno è una stagione un po’ strana, le foglie cominciano a colorarsi di mille nuovi diversi colori, mentre i miei capelli mi ricordano il tempo che passa, scandendone gli attimi cadendo. Non credevo che qualcuno avrebbe risposto veramente all’appello. E invece, ancora una volta, sono rimasto piacevolmente stupito; tutti mi hanno spronato a non lasciare il racconto chiuso nel cassetto, nonostante molti non avessero avuto l’occasione di ascoltarlo in occasione dell’evento. Praticamente sulla fiducia. Non sapendo dove pubblicarlo, ho pensato che il blog fosse il luogo più adatto.

Questa breve prosa, infatti, vuole anche in parte rispondere alla domanda che talvolta mi viene posta: che tipo di gioco di ruolo fai?
Ecco, questo è ciò che, per ora, si avvicina di più a cosa intendo, con tutti i limiti che una prosa può avere nei confronti di uno strumento molto più potente a livello espressivo come può essere il gioco di ruolo.

Buona lettura e, se vi va di commentare poco più sotto, siete benvenuti.

Ho sentito di questa storia nell’aria di paesi lontani, nelle parole di donne e uomini che ancora adesso la ricordano. E’ una storia che si lega a tanto tempo fa, e continua fino ad oggi.

C’era una volta un ragazzo
che abitava in una grande casa sulle rive di un piccolo specchio d’acqua
in uno sperduto angolo dell’Austria.

Il duca, suo padre, e la duchessa, sua madre,
ambasciatori di importanti parole, lo lasciavano spesso solo
viaggiando loro in luoghi lontani e sconosciuti.

Il ragazzo crebbe istruito, ma solo,
confondendo come amici
coloro che lo servivano e lo seguivano.

Ogni volta che la duchessa tornava,
il ragazzo soleva passare il tempo insieme a lei,
intessendo dialoghi, che dissetassero e la sua sete di sapere,
e la sua infinita solitudine.

Ogni volta le poneva con curiosità sempre la stessa frase come prima domanda:
“Chi avete incontrato, madre?”
Ed ogni volta, con infinita pazienza, la duchessa gli rispondeva con voce pacata: “Amici lontani”

“Gli amici sono importanti” gli diceva.
“Gli amici si incontrano per la strada,
talvolta ci si avvicina, senza mai essersi conosciuti.
Talvola ci si allontana, come se non ci si fosse mai conosciuti.
Si condivide insieme una parte del cammino.”

Il ragazzo avrebbe tanto desiderato un amico
con cui condividere pensieri e parole,
con cui condividere il tempo che gli era concesso.

Ma ditemi voi: che amico avrebbe potuto trovare, lui che non percorreva viaggi?
con il suo istitutore privato, che gli insegnava l’arte della parola?
con il maggiordomo, che lo vestiva e lo accudiva con rigorosa attenzione?
con la cameriera, che gli preparava i pasti e i letti?
o il giardiniere, che curava le piante che circondavano la casa.
Tutti gli volevano bene, ma per nessuno avrebbe dato il nome “amico”.
Che amico avrebbe potuto trovare, lui che non percorreva viaggi?

Come ogni anno, arrivò la notte d’estate
in cui le stelle gettandosi dal cielo
lasciavano lunghe code luminose.
Quella notte, ogni anno, la duchessa e il ragazzo
la passavano osservando il cielo.

“Guarda il cielo, figlio mio.”
“Ciascuna delle stelle nel cielo porta con sè un desiderio ancora di nessuno.”
“Ciascuno ne può raccogliere uno, ed uno solo, prendendolo dalla giusta stella.”
“E lo può fare stringendo un patto che legherà lui e la stella indissolubilmente, perchè la stella reca con sè solo un desiderio puro.”

Fu una notte d’estate, mentre osservavano il lago dalla terrazza della grande casa,
che il ragazzo disse alla duchessa sua madre: “Vorrei avere un amico.”
Fu la notte in cui tutto ebbe inizio.

Le stelle si gettavano dal cielo, lasciando lunghe code luminose
ma il ragazzo non le aveva mai viste toccar terra.
Tranne quella notte.

Una prima stella arrivò fino alla superficie del lago, lì fermandosi.
Il ragazzo corse fino alla spiaggia, per vederla da vicino,
per vedere se fosse lei la giusta stella.

Ma nonappena raggiunse l’orlo del lago, questa si immerse,
sparendo per sempre.
Fu la prima di tante altre,
e ciascuna di esse, passandogli accanto,
si fermava, quasi osservandolo per un istante,
ma poi sfuggiva, perdendosi nell’oscura acqua.

Nessuna di esse sembrava vederlo.
Nessuna di esse sembrava volerlo.

“Ciascuna di queste stelle che si spegne,” disse il ragazzo
“porta con sè un desiderio che sparisce.”

Fu allora che il ragazzo decise
che avrebbe dovuto raccoglierne almeno una,
affinchè il puro desiderio che entro essa risiedeva,
potesse mantenerla per sempre luminosa.

Corse allora verso quella più bella, ancora ferma nel mezzo del lago,
e tra le mani raccogliendola dall’acqua,
la sentì tremare, spaventata dai flutti.
La avvicinò al petto per scaldarla, affinchè non avesse paura,
come la duchessa sua madre nei temporali d’estate.

Fu una notte terribile per la duchessa e il duca,
il ragazzo non si trovava. Non era sulla terrazza, nè altrove nella casa.
E il lago, con i suoi ampi flutti,
minacciava terribili lutti.

“Cercatelo in giardino,
nelle camere e in cucina.
Cercatelo in ogni dove,
non lasciate che si perda nel buio
di una così disgraziata notte!”

Fu all’ultimo lampo, dell’ultima stella,
che la duchessa dalla terrazza lo vide,
mentre si perdeva nel liquido oscuro,
di quel tremendo lago.

Questi non voleva lasciarlo,
nascondendolo in infiniti pertugi;
lo negava alle loro reti, alle loro mani.

Ma il duca riuscì infine a trovarlo,
non ancora perduto
nell’oscuro calvario.

Fu una notte terribile,
in cui non brillaron più luci,
tranne quelle che dagli occhi della duchessa
lente le bagnavano le gote.

Passarono i giorni… e presto divennero mesi.
Il duca e la duchessa non se ne andarono più dalla grande casa,
come timorosi che lasciando il ragazzo solo ancora una volta,
potesse per questo diventare l’ultima.

Fu così che il ragazzo riprese colore,
e con esso il desiderio di vita.
Egli crebbe in salute,
ma non parlò mai di quella notte in cui
strinse il patto con la sua stella.

Passarono gli anni, e il duca e la duchessa
furono chiamati, ancora una volta, ad intraprendere un viaggio.
Non potevano negare, o rifiutare. La chiamata era forte
e perentoria: andate sulla montagna,
e parlate con tutti. Trovate e scrivete,
perchè non ci si debba mai pentire
di ciò che là succede.
Partirono dunque per la missione: il duca, la duchessa con il ragazzo.

Il viaggio per lui fu lungo e ricco di scoperte.
Il mondo non era solo quella terrazza che dava sul lago,
non era solo la pineta che nascondeva alla strada.
Il mondo era grande e diverso, molto più di come
l’aveva immaginato ascoltando l’aio nei lunghi pomeriggi d’autunno.

C’erano persone, molte più di quante ne avesse mai viste.
E ciascuna di esse era diversa
e ciascuno di esse unica.
Avrebbe voluto parlare con tutte,
ma troppe ve ne erano affinchè potesse anche solo
salutarle tutte.

Arrivarono dunque allo sperduto villaggio,
che era la meta del duca ingaggiato.
Il ragazzo fu lieto finalmente di potersi fermare,
e così finalmente incontrare,
coloro che qui abitavano.

Giunti che furono ad una grande chiesa,
gli aprì la porta un bambino dall’aria cheta.
“Chi sei?” il ragazzo gli chiese deciso.
“Mi chiamo Bernard, e tengo le chiavi del paradiso”.

Il duca e la duchessa entrarono nel piccolo edificio,
mentre il ragazzo e il bambino rimasero in giro.

Incuriosito dal nuovo arrivato, il bambino chiese dunque “Perchè sei qui?”
Egli rispose “sto cercando qualcuno con cui condividere la strada”.
E come rispondendo alla sottesa domanda,
le loro gambe li portarono in giro per le strade e per le case
di quel piccolo villaggio,
abitato da sconosciuti uomini e presto da valorosi cavalieri.

Le giornate passarono veloci come un lampo,
di Bernard, il ragazzo conobbe i fratelli,
e del luogo incontrò le storie. Storie tristi di persone
oscure, e di un bambino in una teca rinchiuso.

Furono giornate piene, in cui per la prima volta in vita sua,
non ebbe a soffrire della lontananza del duca suo padre,
anche se alla madre, ogni sera, confidava la nuova scoperta
di quel nuovo stato d’animo che mai aveva provato.

Infine arrivò il giorno della partenza:
“ora dobbiamo partire e scavalcare la montagna, per parlare
con coloro che là governano” disse il ragazzo.
“Le strade ora ci dividono” rispose Bernard.
“Ma ci porteranno a reincontrarci” fu l’ultima frase del ragazzo.

Salirono dunque l’impervia montagna,
superando burroni e strapiombi,
che lasciavano il respiro interrotto,
ad ogni girar dell’occhio.

Arrivaron dunque all’abbazia,
coperta di neve e di ghiaccio, sferzata dal vento sibilante.
Furon accolti con gran silenzio,
da quelli che quivi dimoravano.

I giorni passarono lenti,
il duca perduto in oscure ed inaccessibili stanze,
il ragazzo in compagnia solo della duchessa sua madre.

Ogni suo passo era osservato;
da oscure presenze, si sentiva seguito.
Solo la notte sembrava in qualche modo,
lasciarlo libero di muoversi in quel luogo freddo
ed innevato, che sembrava aver fermato i cuori
di coloro che qui vivevano.

Fu una notte di quelle che il ragazzo sentì il suono,
flebile e leggero, di lacrime amare.
Ne seguì la traccia, guidato dal cuore battente,
fino all’abisso da cui parevan essere sorgenti.

Una fredda fanciulla, distesa su un letto di seta,
sembrava sospirare a fatica,
mentre con le mani sul petto teneva,
un raggio di luce che da una stella giungeva.

“Perchè soffri, ragazza misteriosa?”
“Non è quella la stella che hai scelto?”
“Non temere della sua luce, perchè ti scalderà il cuore
nonappena la lascerai entrare.”

Ma ella non rispose e sospirando ancora una volta,
rimase immobile, senza più da allora fiatare.

Fu allora che le oscure presenze,
fecero breccia dalle fiere pareti.
Di quei momenti solo il buio, il ragazzo vide.
Un buio caldo, circondato da suoni mai uditi,
che si spegnevano uno dopo l’altro, mentre il calore
lentamente cedeva il passo al gelido tatto
di lunghe e sconosciute dita, che si muovevano
silenziose su un tappeto di fiori e petali rossi.

“Cosa sono questi fiori?” domandò il ragazzo.
“Sono desideri” gli rispose una voce senza forma.

Pochi giorni dopo, cinque cavalieri
giunsero all’abbazia, perentori chiedendo
dove fosse il piccolo duca, loro protetto.

Tutti coloro che qui abitavano,
furono presi da grande terrore:
“cinque cavalieri sin qui giunti,
porteranno distruzione se non troveranno
ciò che qui cercano.”

Li fecero dunque entrare, e riservarono loro
le più alte e belle stanze affinchè potessero riposarsi
del loro lungo viaggio.

“Ciascuno di quei fiori è un desiderio che ancora deve nascere.” Disse la voce nell’oscura luce al ragazzo.

I cavalieri chiesero allora di poter cercare nelle alte stanze,
e gli fu concesso.
Ma in quei luoghi dedicati ai nobili, del ragazzo non trovarono traccia.

Chiesero allora di poter visitare le stanze di coloro che qui vivono,
e gli fu concesso.
Ma in quei luoghi dedicati all’arte del sapere, la loro cerca finì insoddisfatta.

Fu quando chiesero allora di visitare il pozzo dell’abbazia, pel timore che il ragazzo vi fosse caduto,
che gli si oppose diniego.
“Quel luogo è dimora di colui che finì scacciato dal cielo” gli venne riferito.
“L’edificio su di esso è costruito, affinchè esso vi rimanga incatenato”.

I cavalieri decisero di violare il sigillo da costoro posto,
e si precipitarono nel pozzo.

“Perchè questi petali rossi sono a terra?” riprese il ragazzo.
“Quelli sono i desideri perduti. Mai espressi veramente, sono caduti e lì rimangono” gli fece eco la nera voce.

I cavalieri imboccarono le scale,
per ore discesero nel profondo della montagna.
Giunsero quindi dinanzi alla teca, in cui la ragazza distesa era incatenata.

“Liberate la ragazza delle catene”
il ragazzo chiese al cavaliere,
perchè il suo desiderio non era ancora esaudito,
ma neppure era ancora caduto.

Il primo cavaliere, un uomo in vesti di bronzo, spezzò dunque le catene,
mentre il soffitto cominciò a tremare fin dal profondo,
liberando l’occhio dell’incatenato.

Il secondo cavaliere, una donna in vesti d’argento, aprì la teca,
mentre il pozzo cominciò a crollare nelle viscere della terra,
liberando il corpo dell’incatenato.

Il terzo cavaliere, un ragazzo in vesti dorate, la prese tra le braccia,
mentre la montagna cominciò a volare negli abissi del cielo,
liberando le ali dell’incatenato.

Il quarto cavaliere, un uomo in vesti di luce, impugnò allora la spada,
e colpì al cuore l’incatenato.

“Non esistono desideri che possono essere esauditi?” fu l’ultima domanda del ragazzo.
“Questo è a me sconosciuto… forse quelli esauditi più non si vedono” rispose allora il gatto,
sedendosi al suo fianco e li rimanendo.

Fu una notte d’estate, mentre osservavano il lago,
che il ragazzo disse alla duchessa sua madre: “Vorrei avere un amico.”

Fu allora che il quinto cavaliere, una bambina in vesti di mille colori,
giunse e lo prese per mano,
là dove le stelle attendono che venga donato loro un desiderio.

Sono qui che aspetto la mia stella
Sono qui mentre il fuoco dal cielo scende
Per stringere un patto millenario.

– Giulio

Giulio Gargioni

Designer sperimentale di giochi di ruolo, vincitore del premio Remo Chiosso 2013, insieme ad Ivan Bonizzi, con il murderparty “Notizie dall’Artico”, ideatore e co-organizzatore della manifestazione “Crema di Giochi”.

Convive con tre piccoli fratellini verdi divoratori di dolci e ricopre il ruolo di “Sacro Portatore del Crocchino” per il clan dei j’zarghi.

Incidentalmente anche ingegnere Software e Firmware per Strumenti di Misura Embedded.