
Ed ecco un altro estratto dall’ambientazione maeander in grado di calarvi nel gioco di ruolo interpretativo del torneo Ara Octavius del 15 Maggio 2011 a Mortara.

IV-II-VIII
Una nuova alba sorge ad est dell’accampamento ed ormai i nostri uomini sono stanchi. Da giorni stanno combattendo una battaglia che non regala né vittorie né sconfitte, soltanto stanchezza e tanto rancore. I soldati, come di consuetudine fanno ogni mattina, pregano affinché possano vedere le luci del tramonto, e dopo questo breve rito, indossano le loro sporche ed ammaccate armature e si preparano.
Il sole pian piano sale nel cielo, e lungo questa pianura si scorgono le tende dell’accampamento nemico, come noi anche loro in marcia per affrontarci, loro che hanno avuto l’ardire di invadere il nostro regno, loro che hanno versato sangue innocente nel loro cammino, loro di potenza pari alla nostra.
Ancora un turno di ronda. E’ il terzo questo mese, e me ne mancano ancora due. Odio girare per le strade, ma fa parte dei miei doveri. Anche oggi.
Anche oggi il giro è cambiato: come al solito niente vicoli, eppure dovremmo vegliare soprattutto su quelli. Ma non è mio compito decidere certe cose, il mio compito è difendere, proteggere e rassicurare… o per lo meno così dicono. Anche se a volte ho l’impressione di essere solo uno spauracchio in mano a giudici arroganti, manipolato da avidi mercanti, o peggio ancora pedina di sporchi intrallazzi di chissà quali giochi di potere.
E’ uno schifo, ma cerco di fare del mio meglio. Voglio fare del mio meglio, è una cosa che ho da sempre, il desiderio di proteggere i deboli, di sconfiggere le ingiustizie… ma non sempre il compito assegnatomi è questo. Anzi.
In testa al nostro esercito il nostro generale, forgiato da un numero talmente elevato di battaglie che solo le cicatrici sul suo corpo ne fanno dedurre la sua anzianità, cipiglio fiero, come di colui che ha visto in faccia la morte, ma è qui tra noi per raccontarlo; e dall’altra parte il suo nemico, sembrano quasi uguali nel portamento e nello sguardo, per un attimo si cercano come a volersi dire chissà cosa e poi un urlo: ALL’ATTACCO!!!
Una nuova battaglia inizia oggi, cruenta, violenta senza un barlume di regola, un ammasso di uomini che cerca di sopravvivere uccidendo quelli intorno, e si vedono volare fendenti, armi, braccia, teste; eppure il nostro esercito sembra agire in una certa maniera, seguendo una logica di combattimento, una specie di ordine…
Inizio la ronda, percorro tutta la via dei mercanti, lastricata di pietra e lacrime, piena di uomini per bene, effeminati sciacalli che calpestano gli altri, i vestiti di raso e seta che cercano disperatamente di nascondere ed abbellire i corpi flaccidi. Quante famiglie hanno rovinato per la loro sete di ricchezza… Eppure io sono qui a difendere anche loro. La loro arroganza, il loro stuolo di lacchè che li seguono come cani fedeli, a raccogliere ogni briciola che lasciano cadere dall’orlo del borsello.
Cammino impettito e rigido, come impone l’immagine, ma quello che vedo non mi piace. Ovunque si guardi c’è ostentazione, e falsità, ma non solo quello… nei punti d’ombra delle vie laterali,dietro ad ogni telo, ci sono i veri abitanti della città. La gente che con un solo anello di quelli in mostra sulle grasse dita di uno qualsiasi di uno dei mercanti, potrebbe mantenere la propria famiglia per mesi. Ragazze che concedono le proprie grazie per pochi assi pur di sfamarsi.
Ma io sto veramente difendendo le persone giuste?
Finisce la via dei mercanti, e mi ritrovo sulla via principale della città. La strada è un po’ sconnessa, e la vita notturna è meno intensa che nella via precedente. Di tanto in tanto incrocio qualche ubriaco, o un passante occasionale.
Quando il sole è ormai alto nel cielo, la battaglia infuria ancora. L’erba non si nota ormai più, solo corpi di persone che hanno sacrificato la loro vita per un’ideale, e la loro ricompensa sarà quella di essere banchetto per i corvi; e loro che continuano a menar fendenti, a destra e a manca,si vede qualcuno che esulta, chi urla dal dolore, chi semplicemente cade a terra ormai senza vita, purtroppo questa è la guerra.
Mentre la battaglia infuria un urlo, più forte e deciso degli altri, interrompe qualsiasi attività bellica,facendo girare tutti i guerrieri in una sola direzione, e li in piedi come un eroe, il nostro generale con in mano la testa decapitata del generale suo avversario, la tiene come fosse un trofeo, un cimelio di una rarità unica, la alza al cielo urlando: LA VITTORIA E’ NOSTRA!!!
Se prima ero invisibile, ora sono un faro nella notte. Al mio passare le voci si spengono, gli sguardi si fanno furtivi ed ostili. Vorrei fermarmi a dirglielo, che sono qui per proteggerli, ma non mi starebbero a sentire. Alla lunga, quest’ostilità ti logora, di indurisce… alcuni di noi sono costretti dai superiori a girare senza lama della spada, per evitare che in un impeto d’ira trafiggano un qualche poveraccio per l’ennesimo sguardo storto. Io non sono tra quelli, ma quegli sguardi pesano addosso più di quanto sappia dire.
Per tutta la via principale, per andare alla cinta muraria, incontro solo un’altra lama. Siamo proprio ridotti, con la guerra alle porte, con le missioni di scorta e tutto il resto, alla fine a badare alla sicurezza cittadina siamo decimati… E’ anche per questo che è richiesto di farsi sempre vedere, di far sentire la propria presenza, in modo che la popolazione non si faccia venire strane idee. Quando sono entrato tra le lame scarlatte, mi immaginavo ben altra vita. Volevo essere il pastore che teneva il gregge al sicuro, non il cane ringhioso che gli impediva di disperdersi con morsi e terrore… ma forse crescere significa proprio questo, vedere i propri ideali sciogliersi al crudo sole della realtà.
Devo smetterla di perdermi in questi pensieri, andrà a finire che mi deprimo e mi ubriaco un’altra volta… così mi becco un altro richiamo e pensare che sono una lama da appena tre mesi.
Ho ancora il giro delle mura, e poi potrò allungare i piedi sotto il tavolo e bermi un goccetto o due dell’aceto che ci passano per vino in caserma. Stanotte mi tocca il turno di guardia alle carceri, penso che dormirò della grossa, intanto non succede mai niente lì.
Mah… m’è sembrato di vedere un’ombra in uno dei vicoli che portano al porto… ma è uno di quelli segnati in rosso, non ci devo andare… eppure ho visto qualcosa. Resto un po’ a fissare il buio, e poi sento un gridolino soffocato. Non dovrei… potrebbero richiamarmi… Maledizione, che facciano quello che vogliono, lascino per una volta almeno che difenda chi ne ha veramente bisogno!
Come in risposta centinaia di lame si levarono al cielo, rese scarlatte dal sangue versato, e con un urlo i nostri eroi si riversarono come un fiume in piena sugli avversari, con una luce negli occhi diversa, quella di coloro che sanno di avere già vinto.
Il vicolo mi scorre veloce ai lati. Schivo immondizia ed altri detriti correndo su una strada sconnessa, mentre i muri lerci sembrano incombermi addosso… forse… sì! La vedo! C’è una figura accovacciata sul in mezzo al vicolo, sembra muoversi appena, che sia ferita?
Voglio aiutarle quel povero disgraziato, proteggere il mio gregge, voglio guardarmi allo specchio e vedere un eroe… ma dov’è l’aggressore? Rallento e mi guardo in giro… forse è già scappato.
Arrivo finalmente sul corpo rannicchiato, ma ora è rigido, si sente il respiro pesante, temo che sia ferito, ma forse lo riesco a portare da un medico, mi chino su di lui e lo tocco sul mantello di lana grezza.
- Serve aiuto?
mi sento parlare, come se fosse la voce di qualcun’altro. C’è un che di gorgogliante nella mia voce, ma la mia attenzione è attratta da un’altra cosa. Sotto il mantello c’è stato qualcosa… un movimento, o forse un fremito, durato un attimo.
Sento odore di sangue in mezzo al puzzo di piscio e vomito del vicolo, continuo a toccarlo ovunque, ma non sento umido, il suo braccio mi intralcia, e la luce, già fioca, sembra affievolirsi.
Cerco di spostagli il braccio puntato verso di me, per poter tastare meglio dov’è che è stato ferito, ma quando ci provo sento una fitta alla gola. Abbasso gli occhi ed il riflesso di una lama mi abbaglia. D’un tratto mi sento debole, sento freddo, i senti pian piano mi abbandonano… finalmente, mentre perdo l’equilibrio gli vedo gli occhi… freddi e ostili.
Quando il cielo si tinge di rosso per via del sole al tramonto, la battaglia è ormai conclusa. Il nostro esercito è in piedi vincitore, e la quasi totalità di quello avversario invece giace a terra. I pochi superstiti si sono arresi di fronte alla nostra immane forza, ed incatenati verranno condotti in prigione.
Alla fine non ci sono riuscito ad avere nemmeno uno sguardo di gratitudine… non voglio cadere con la faccia nello sporco, mentre cado sento una mano che mi gira la faccia, ma sono troppo stanco, dormirò un poco.
Un’altra battaglia vinta, un’altra medaglia sul nostro petto.
“Il Cristallo dell’Aleph”
estratto dal manuale del giocatore per torneo “Ara Octavius – Torri di Nebbia”